Le emozioni di un ragazzo iracheno

In questi giorni mi sono intestardita: voglio sdoganare le teorie di Goleman ai ragazzi della seconda.

Così ho iniziato a costruire per loro un percorso di gestione delle emozioni per arrivare a spiegare poi, cos’è e come si può utilizzare l’intelligenza emotiva. Concetti non facili ma altamente utili nell’affrontare la vita di tutti i giorni.

Quindi, primo step: riconoscere le emozioni. Chiamo Donatella, psicomotricista e amica e le chiedo un esercizio facile facile da fargli fare in classe. Mi consiglia un percorso con i colori e forme, elementare quanto potenzialmente profondo.

Il giorno dopo mi presento in classe, distribuisco circa 200 pennarelli, fogli bianchi e dico loro: “Oggi cercheremo di descrivere le emozioni.

Partiamo da 4 emozioni primarie, se così si possono chiamare: la rabbia, la paura, la tristezza e la gioia. Per ognuna di esse, sceglierete un colore che secondo voi meglio la rappresenta e poi una forma. E in meno di un minuto, chi ha voglia, mi spiega le motivazioni della scelta. Tutto chiaro?”

E partono con il lancio dei pennarelli, con gli schiamazzi, risate, etc.

Indirizzo loro sulla prima emozione che volevo trattare: la paura. Il colore predominante emerso nei lavori era il nero, seguito dal blu e dal rosso. La paura che più si ripeteva fra di loro era quella l’ignoto, la non conoscenza, l’incapacità di gestire un flusso di decisioni senza avere le informazioni per poterlo fare. Strano, penso, visto che le tre paure mondiali per eccellenza sono quelle della povertà, del parlare in pubblico e della morte. E, molto strano, vista la nomea di questi studenti.

Poi viene il turno del mio alunno iracheno. Il suo colore per la paura è il rosso, come il sangue che ha dovuto vedere in tutti i cadaveri che ha incontrato nel suo cammino verso l’Italia. Me lo racconta come fosse una normale risposta ad un quesito. Rimango senza parole e la classe, forse per la prima volta nella storia, tace. Lo ringrazio di aver condiviso con noi questo pensiero e di averci confidato una sua paura così profonda. Gli dico che per me questo rappresenta un grande dono. Non ho altre parole.

Procediamo, il gioco si fa più concentrato e serio. Niente più cagate, almeno per 15 minuti. L’esercizio che avrebbe dovuto occupare 50 minuti del nostro tempo si è preso 2 ore perché le argomentazioni erano importanti, sentite e profonde. E’ rimasto solo un ultimo ragazzo che continuava a farlo con ironia e scetticismo ed alla fine, raccogliendo i pennarelli, mi confessa:

Non è vero che io non ho paure, ma non sapevo come disegnare la solitudine.

Non sono uno psicologo, ne uno psichiatra ne uno psicomotricista ma la comunicazione credo di governarla, almeno in parte e credo di essere molto empatica.

Ho colto, e come se ho colto, tutti e due i messaggi perché mi hanno donato una parte della loro storia personale fidandosi di me.

Non so se nel nostro percorso riusciremo ad arrivare ad una migliore gestione delle emozioni, specialmente della rabbia, che è un problema in questi giovani guerrieri ma so che a loro è chiaro cosa sentono e che hanno ben chiaro anche il perché di tante loro vicissitudini.

Non se ne rendono conto ma sono veri guerrieri che tentano, eccome se tentano, di portarsi a casa un po’ di normalità.