Il mio posto. Sarajevo.

Scrivo poco ultimamente perché impegnata a farlo per altri, su progetti più o meno affascinanti.
Dopo aver letto l’ennesimo libro di Angelo Floramo e dopo il romanzo della Morris non ho potuto però esimermi dall’affrontare nuovamente un viaggio nei Balcani. Questa volta da sola con mia sorella.
Tanti mi domandano perché ti piace tanto Sarajevo?
In realtà una risposta sola non c’è, ci sono una serie di sensazioni e di emozioni che quel luogo suscita in me che sono molto potenti e non sempre legate a momenti di leggiadria.
Mi piace perché ti senti uno fra tanti, perché fra la musica techno anni 90, il richiamo del muezzin che recita l’adhān dal minareto, le canzoni con le ugole tremanti, il profumo di burek e di sać (il coppo) e il costante suono dei clacson ci si sente di non dover aggiungere altro.

Mi piacciono i mille volti che incontri (compresi quelli che non puoi vedere), i gadget nostalgici che ti propongono delle Olimpiadi 84, del Maresciallo Tito, il rame e l’ottone rielaborati dopo l’ultima guerra per farne souvenir a forma di bracciali, penne e anelli da portare a casa come monito.

E poi la cucina. Quella del kaimak spalmato, delle čorbe (minestre) e degli stufati di ogni ben di dio, del caffè che bosniaco (ci tengono) - è tutto un’altra storia. Servito amaro con zollette e sigarette a parte. Un vero lusso travestito da rito.
Come mi ha insegnato Nenad Veličković, non tutto ciò che ai turisti viene presentato corrisponde alla realtà. Ma infondo io non mi sono mai sentita turista a Sarajevo. Non è semplice avere un terreno comune di confronto culturale e letterario se provieni da religioni, etnie e lingue (compresi gli alfabeti) diversi e non è detto che questa diversità poi riesca a trovare ricchezza nella sua complessità. Difficile, tutt’oggi, parlare di educazione, di letteratura. Perché l’appartenenza è ancora più forte di ogni tentativo di approfondimento ateo legato alla cultura.
Forse, come dice mia sorella, sarà la terra il loro comun denominatore attorno al quale costruire un futuro condiviso. O forse di Gavrilo P. ne avremo ancora, capaci in maniera quasi incosciente di scatenare catastrofi immani. Gli strati da cui è composta la travagliata storia balcanica/ottomana/austroungarica di questa città rappresentano per me un condensato potente dell’Europa.
E rappresentano in piccola parte ciò che siamo noi, gente di confine: che risiediamo in una nazione, abbiamo il passaporto di un’altra, parliamo una terza lingua e abbiamo ancora difficoltà a rispondere a semplici domande sulla nostra provenienza.
Un caos meraviglioso e tragico al contempo.

klementina koren